Il regime fiscale è in grado di influire sulla desiderabilità di uno strumento per l’allocazione del risparmio, e, a parità di trattamento fiscale, è la struttura dei costi tra diversi strumenti a determinare la convenienza all’adesione, la quale a sua volta dipende largamente dal grado di concorrenzialità nel settore del risparmio gestito.
La riforma varata con il D. Lgs. 124/93 e la l. 335/95 ha creato un regime di tassazione proprio dei fondi pensione, di fatto acuendo le disparità di trattamento fiscale tra strumenti per l’investimento del risparmio i quali possono essere considerati affini nel soddisfare il fabbisogno di una copertura di carattere previdenziale da parte del lavoratore.
La riforma contenuta nella legge delega “Disposizioni in materia di perequazione, razionalizzazione e federalismo fiscale” collegata alla finanziaria 1999 rappresenta un’articolata proposta di riforma il cui obiettivo, oltre che incentivare la previdenza complementare, è quello di riportare nel sistema del risparmio gestito italiano una parità di condizioni dal punto di fiscale.
Il dibattito attualmente in corso offre così lo spunto per un’analisi comparativa degli effetti sulle scelte di convenienza fiscale derivanti dall’attuazione del progetto di riforma. L’analisi intende svolgersi sia nell’ottica di un potenziale lavoratore autonomo che nell’ottica di un lavoratore dipendente.
I risultati delle elaborazioni condotte sembrano confermare che la disciplina fiscale della previdenza complementare attualmente in vigore non svolge un ruolo chiave nell’incentivare l’adesione ai fondi pensione. La normativa vigente mostra essenzialmente l’importante limite di penalizzare l’adesione ai fondi pensione da parte dei lavoratori di giovane età e, per contro, incentiva l’adesione dei lavoratori più vicini all’età della pensione, le cui garanzie derivanti dal sistema pensionistico pubblico non sono state peraltro intaccate.
L’analisi condotta sul progetto di riforma, mostra come il sistema prospettato dalla legge delega, sanando la disparità di trattamento tributario tra strumenti finanziari affini, può definirsi un sistema incentivante la previdenza complementare e ciò è vero per la generalità dei lavoratori. È altresì un sistema migliorativo per il lavoratore (e quindi peggiorativo per il fisco) poiché il beneficio netto di cui egli può appropriarsi è maggiore rispetto al regime vigente. L’incremento nel valore attuale netto è proporzionalmente maggiore per i lavoratori di più giovane età.
Una spiegazione plausibile della convenienza del nuovo regime riguarda il profondo divario che, nel sistema fiscale italiano, sussiste tra tassazione dei redditi da capitale e tassazione dei redditi da lavoro: mentre i primi possono essere assoggettati a un’aliquota del 12,5% (nella maggior parte dei casi), l’aliquota minima di prelievo sui secondi è del 19%. Pertanto conviene assoggettare a tassazione i proventi durante la fase di accumulazione piuttosto che rimandare in toto tale tassazione all’epoca della percezione delle prestazioni, poiché il prelievo fiscale, seppur anticipato, è pur sempre inferiore a quello in sede ordinaria.
Si deduce quindi come i vantaggi della previdenza complementare siano ampiamente legati alla possibilità di mantenere nel futuro un’aliquota di tassazione dei redditi di capitale significativamente inferiore rispetto a quella dei redditi da lavoro, anche alla luce del processo di armonizzazione all’interno dei paesi dell’Unione europea. La definizione di uno schema incentivante la previdenza complementare nel nostro paese si scontra con un’elevata progressività e un’elevata tassazione dei redditi delle persone fisiche, tant’è che la conversione dell’intero capitale accumulato in rendita non conviene nemmeno con il nuovo regime. |